Dal diario di viaggio al Sziget Festival

Posted on 25 agosto 2011

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Gogol Bordello live (picture by Somay Márk fotói)

La mattina dopo esser stati storditi per giorni da accordi distorti, ritmi tzigani, effluvi di pane appena sfornato e polvere che ti si appiccica addosso quasi a volerti incidere sottopelle l’atmosfera del Festival, basta aprire le finestre per ascoltare le prove dell’Opera di Stato di Budapest: un soprano canta le linee di un’aria in tedesco mentre in un’altra stanza un quartetto d’archi prova e riprova una partitura.

“Senza fiato” è l’unico binomio plausibile che può passare per la testa.

Solo così è possibile capire che in questa città la musica è in ogni dove: su un’isola dove si abbattono i confini di genere e di appartenenza, nei ristoranti e tra gli intarsi dei marmi degli antichi teatri, scorre sulle acque del Danubio, tra le residenze asburgiche e nei bagni termali ottomani dove buttarsi a ribollire per ore.

L’isola di Obuda, che da parco cittadino diventa fulcro della musica internazionale per una settimana all’anno da 19 edizioni, diventa così un caleidoscopio di lingue e nazionalità, la rappresentazione di un cosmopolitismo vero e proprio, che si traduce nell’incontro di pelli, lineamenti, idiomi e nello scambio di culture e tradizioni. Qui è così chiaro da apparire banale quanto il vero spirito di un Festival non sia quello di adorare un idolo assoluto, ma di gettarsi nell’avventura di celebrare la musica, viverla e respirarla, scoprirne di nuova come se non ci fosse un domani: dal punk alla musica indiana, passando per oltre 40 Paesi, dai battiti in quattro delle casse elettroniche alle delicatezze di una chitarra acustica, in una decina di palchi disseminati in ogni dove, da raggiungere magari attraversando la ricostruzione di un villaggio magiaro, addentrandosi tra le tende di chi è accampato ai bordi dei sentieri.

Oltre questo paese dei balocchi, che la notte splende illuminato da lampadine appese agli alberi, c’è tutta una città da visitare, con tanto di pass legato al polso per salire e scendere da mezzi, visitare terme e musei, in un crogiuolo di cultura che non trascura un bel niente.

A un’ora di aereo di Milano, con tanto di tempesta perfetta sui cieli austriaci e spirito di Buddy Holly fuori del finestrino, lo Sziget è un universo parallelo, dove circa 3.000 connazionali sono scappati per rifugiarsi in un’isola e in una città dove la musica e l’arte sono protagoniste, non le logiche distorte del suo mercato. E italiana è anche parte dell’organizzazione, che ha pensato a mettere in piedi gruppi in partenza dalle principali città della penisola, con pacchetti che comprendevano bus, alloggio, pass per mezzi e informazioni varie ed eventuali.

Mi hanno insegnato che la musica è elemento distintivo di ogni gruppo culturale, forma di espressione e comunicazione primaria e universale, presente anche laddove mancano la scrittura e persino l’acqua.

A Budapest mi sono ricordata perché mi fa respirare.

That’s (not) only rock’n’roll.

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Posted in: Concerti, Reportage