A Berlino… che giorno era?

Posted on 31 agosto 2011

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Berlin skyline (picture by Nicolas●B)

Intro. La cosa migliore di questi giorni è fissare il calendario e stamparsi in testa quanto sia vicino il Berlin Festival. Salvo ricordarsi che, dannazione, sono mesi che non passo dalla città che ha tracciato un solco indelebile nella mia vita, trasformando il mio modo di pensare (se mai ne ho avuto uno prima) e rinsaldando amicizie da venerare sull’altarino degli affetti più unici. Mesi fa, mi è stato chiesto di tradurre tutto il mio entusiasmo in un articolo sensato, per una serie di “mappe musicali”. Oggi, in attesa dell’imminente ritorno sul suolo teutonico, di metterlo sul blog, visto che “non ti ricordi mai di farmelo leggere!”. Quindi, eccolo! A puntate. Play.

 

Da Late For The Sky (anno XIX, n. 103)


A BERLINO… CHE GIORNO ERA?

Capitale della ribellione e delle creatività, dell’affermazione identitaria dei punk così come delle ultime tendenze radical-chic, la città tedesca è simbolo della corsa verso il domani, una realtà da afferrare e in continuo divenire. È qui che i grandi talenti hanno contribuito a cambiare il rock, dove le luci non si spengono mai e il futuro già presente.

Appena i piedi lasciano la scaletta dell’aereo per sfiorare la terra berlinese, la sensazione si fa chiara: qualunque cosa accadrà e che, in qualche modo, avrà che fare con questo posto, lascerà il segno per sempre.

Berlino è contraddittoria, sfuggente, variegata, tesa ogni secondo verso la vita, dove tra rovine confuse è possibile scavare spazi per realizzare idee mai viste prima. Sa essere fredda, tagliente, troppo veloce da seguire ma anche in grado di lanciare lì davanti a te qualsiasi cosa serva e, al momento dell’arrivederci, di aver forgiato un’anima più ricca di quando non vi sia approdata.

Oggi è il pantheon di più e meno giovani creativi, la meta low cost dei mille divertimenti, piena di ristoranti, droghe e mostre per tutti i gusti. In queste vie la storia, quella viva, fatta di luoghi e di persone riflesse ogni giorno nelle acque torbide dello Spree e sulle vetrine dei negozi, da anni vive quotidianamente un processo di creazione inarrestabile.
E non potrebbe essere altrimenti, in un una città che ne ha attraversate di tutti i colori, dallo splendore delle avanguardie agli inizi del 900, a centro nevralgico del disegno di onnipotenza di un regime assolutista, per finire come ammasso di resti devastati alla fine della guerra; poi liberata, divisa, occupata, sviscerata senza un attimo di tregua. Forse così i berlinesi hanno imparato che dalle macerie si può plasmare la vita, mettendo in pratica l’insegnamento con uno spirito in bilico tra la speranza nel domani e un edonismo necessario alla sopravvivenza, restaurando case e giardini, sfogando la creatività tra musica, teatro, cinema, lettere, arti figurative e quant’altro.

Certo, dopo la divisione in settori avvenuta alla fine della Guerra Mondiale, non è facile convincere i tedeschi a starsene in balia degli eventi nelle vie cittadine. Tra gli incentivi, oltre alle agevolazioni edilizie, è particolarmente interessante per i giovani residenti nel settore Occidentale l’esenzione dal servizio militare: è il primo ingrediente per quel che diventa un rifugio per gli spiriti più freschi e liberi, un’isola di progressismo con la morsa sovietica intorno e tutti i problemi del caso, ma dannatamente vivace.
D’altro canto, nella DDR, il regime non dimostra proprio di gradire che le regole vengano trasgredite, facendo uscire dai cardini gli ingranaggi di un sistema tentacolare. Proprio questo ha consentito il fiorire di una vera cultura d’opposizione, un movimento sotterraneo che di tali principi se ne infischia, finendo ad ingrossare le liste dei sorvegliati speciali della Stasi, la polizia segreta, e vivendo con le spie alle costole ventiquattr’ore al giorno.

Una scena del film "OstPunk! Too much Future"Grazie alle onde medie, per i giovani dell’Est, a Berlino come a Dresda o a Lipsia, è possibile captare la lezione della ribellione inglese. A un’ideologia imposta dall’alto che cancella l’individuo, i punk a metà anni 70 oppongono la libera espressione di idee, l’affermazione delle personalità distinte, il diritto a un’arte senza censura. Identificati e schedati, dai musicisti ai pittori passando per i poeti, la loro irruenza resta l’unica soluzione per tentare di far breccia in un sistema tanto rigido e in un’opinione pubblica ad effetto permafrost. Più che i contenuti e le filosofie dei punk, tuttavia, ciò che più spaventa i piani alti sono i contatti con l’Occidente: uno scambio che rappresenta il fianco debole in un disegno ben più ampio e che non prevede interferenze. Quasi paradossalmente, questi fuorilegge a tutti gli effetti trovano la lealtà in un’aspettata sostenitrice: la Chiesa ortodossa, anch’essa osteggiata dalla Repubblica Democratica, alla quale si devono concerti, spazi espositivi, il supporto al coinvolgimento dei punk nelle lotte e nelle manifestazioni per le rivendicazioni dei diritti civili. Questo è lo scenario del sottofondo distorto della controcultura targata DDR, che fa sentire a tutto volume la sua rabbia, evolvendo la lezione dei maestri britannici e mettendo in gioco persino la libertà personale. Non sono pochi infatti quelli finiti dietro le sbarre, compresi giornalisti occidentali arrivati sin dall’altra parte del muro, con tanto visti speciali, per documentare il fenomeno. E i suoi rappresentanti sono tanto schietti da essere ancora oggi attivi e apprezzati a livello mondiale, come la pittrice Cornelia Schleime che, prima di scappare a Ovest e ricominciare la sua vita da zero, ha militato nella band punk seminale Zwitschermaschine.

Quando il muro viene giù, l’unione tra due poli tanto opposti è in grado di generare una supernova mai vista prima in Occidente per coraggio e anticonformismo, più volte sul punto di scoppiare in un caos irreparabile e, invece, finita col diventare il simbolo di libertà per eccellenza, il centro del mondo dove tutto è possibile, come prevede il protagonista del film Good Bye Lenin!.

Oggi, per andare da un locale all’altro tra quartieri tanto vicini come Kreuzberg e Friedrichshain, è sufficiente farsi una passeggiata sotto le arcate dell’Oberbaumbrücke, ma fa salire un brivido tra le vertebre pensare che queste due zone siano state letteralmente spaccate in due: la prima a Occidente, la seconda sotto l’influenza sovietica. Quel muro c’è ancora, fa parte della East Side Gallery, e adesso Kreuzberg sfoggia con orgoglio la sua anima ribelle, ridotta in passato a quartiere periferico e per questo focolaio di contestazioni da parte dei suoi abitanti, raccoglie le anime più diverse, dai radical-chic agli emigrati turchi e italiani, per arrivare ai punk contemporanei, in un crogiolo di piccoli negozi di dischi e isolate librerie. A Friedrischain, invece, appena dietro i monolitici palazzi di Frankfurter Allee e Karl-Marx-Allee, case occupate e squat sembrano ricordare le ferite della disperata ricerca di libertà tra il cemento del regime, mentre laboratori artistici spuntano tra i cavi di vecchie industrie ormai abbandonate, impossibili da scovare senza affidarsi a chi lì ci vive.

…continua.

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Posted in: Reportage