Quattro passi a piedi fino alla frontiera

Posted on 6 settembre 2011

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Rockkonzert in der Zionskirche, 1988 (picture by Jaron Verlag GmbH)

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(da A Berlino… che giorno era?, pubblicato sulla rivista Late For The Sky, anno XIX, n. 103

“Faccio quattro passi a piedi fino alla frontiera”: ovvero, i luoghi in musica della città.
Può sorprendere che la capitale tedesca sia una città da scoprire passo dopo passo in ogni suo anfratto, con centinaia di luoghi che portano ancora intriso il ricordo degli artisti che di lì sono passati o di chi s’è portato in patria una foto ricordo diventata poi famosa. È il caso, ad esempio, della copertina di Journeys To Glory degli Spandau Ballet, tra i gruppi presi da una certa ost-filia, come era capitato ai Visage con la loro Moon Over Moscow: sul loro disco infatti capeggia la foto di una prigione della Berlino occidentale.

Questa città non ha un vero e proprio centro, è un reticolo di strade dove ancor oggi sferragliano i tram dell’ex Germania Est e si accavallano i palazzi dell’Ovest. Ha tanti cuori e ciascuno pulsa al suo ritmo dall’alba al tramonto e poi ancora per tutta la notte, non addormentandosi mai quasi avesse paura di mancare un giro di giostra.
La musica si è creata e si crea tutt’ora in ogni dove, nei teatri, pulsando tra i dj set tecno del Berghain fino ai concerti rock sparpagliati in ogni locale, con tanto di una sosta al museo dedicato al culto dei Ramones. Può capitare, la notte, di uscire dalla fermata della U-Bahn a Schlesisches Tor e ritrovarsi in una jam session improvvisata, un connubio di voce soul, variazioni jazz e tamburi, nata in mezzo alla strada e che si gonfia man mano di balli e di vita, in una Kreuzberg illuminata dalle lampade dei ristoranti turchi e che non ha affatto voglia di andare a dormire.

Icona delle sonorità che da qui sono sgorgate e che hanno conquistato il resto del mondo restano sicuramente gli Hansa Tonstudios, sfavillante sala da ballo nel periodo nazista, sorgono proprio a cento metri dal muro, che era possibile vedere dalla sala regia. Dal 1964 sono testimoni della transizione tra rock e avanguardia europea, a iniziare dalle trilogia elaborata da David Bowie che, insieme a Iggy Pop, prende casa al 155 di Hauptstrasse e frequenta spesso l’S036, un locale che esiste tutt’oggi, non troppo lontano da Oranienstrasse.
A proposito di locali, il Sound è stata, fino a quando un incendio non l’ha distrutta negli anni 80, la discoteca frequentata da Christiane F., tra i vertici della letteratura con la sua cruda rappresentazione della città e dei suoi volti più nudi con Wir Kinder vom Bahnhof Zoo.

Il muro tuttavia resta il simbolo maggiore e non solo per la divisione che rappresenta. A pochi passi da lui, nel settore occidentale, Michael Jackson suona creando quasi un incidente diplomatico quando, saputo che a Est molta gente si è assiepata accanto al confine per ascoltarlo, si volta per meglio far sentire la sua voce. Una volta crollato, sono i Pink Floyd a festeggiare l’unione a Potsdamer Platz, nell’estate del 1990, con la partecipazione di una moltitudine di artisti internazionali.
Sulle rovine di quello che fu non poteva non infiltrarsi il sound degli Einstürzende. Già nell’inverno del 1989, suonano per la prima volta nell’altro settore, a Lichtenberg, e il risultato è un documentario straordinaria testimonianza della transizione e dell’unione dei due mondi, Elektrokohle (Von Vegen). Si esibiscono inoltre nel 2004 al Palast Der Republik, simbolo del potere della DDR, poi raso al suolo per far posto a un bel praticello dove passeggiare sereni, confezionando anche in questo caso un documentario di rilevante importanza.

Berlino è tutto questo, ma non basterebbe un tomo intero per trascrivere aneddoti, sensazioni, collisioni di mondi diversi che qui stridono e stringono sodalizi: è una città da vivere intensamente e respirare per capire quanto profondi possano essere i suoi influssi.

L’unica certezza è che, figlia del cambiamento,
porti il cambiamento stesso in ciascuno di noi.

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Posted in: Reportage